Scacchiera con pezzi del gioco chaturanga.

Quando tutto ebbe inizio…

Una cosa è sicura: gli scacchi affondano le loro radici nella notte dei tempi.

Niente sarebbe per noi più rassicurante del nome di un inventore, di colui da cui tutto ha avuto origine. Gli appassionati potrebbero invocarlo durante le traversie di una partita; le associazioni scacchistiche potrebbero intitolargli eventi e monumenti. Tutti noi, amanti del gioco, ci sentiremmo protetti dal nostro nume tutelare.

Eppure, nulla di più complesso.

Alcuni studiosi ipotizzano un’origine sacra o magica del gioco. Si fa riferimento al Senet egizio, forse il gioco più antico di cui abbiamo traccia. Il Senet schematizza su uno scacchiere il percorso dell’anima nell’oltretomba, percorso dettato dall’uso dei dadi.

Immagine che ritrae Nefertari mentre gioca a Senet

Metropolitan Museum of Art – La regina Nefertari che gioca a Senet contro un invisibile avversario (fonte)

Secondo molti studiosi, però, il luogo in cui tutto ha avuto inizio è l’India, Paese in cui nasce il chaturanga.

Questa informazione ci arriva dai Persiani: alcune fonti, che risalgono al tempo del regno di Cosroe I (531-579 d.C.), raccontano che il gioco del chaturanga i Persiani lo appresero dagli indiani.

È proprio dalla Persia che siamo venuti a conoscenza di una leggenda che ha come protagonisti un re indiano e l’inventore leggendario del gioco, Sissa ibn Dahir, un bramino il cui unico scopo era catturare l’interesse del re.

Soddisfatto dal gioco proposto dal bramino, il re chiese in che modo potesse ricompensare i suoi sforzi. Il desiderio di Sissa fu tanto semplice quanto bizzarro: chiese di avere del grano in cambio. Un chicco di grano per la prima casella dello scacchiere, due per la seconda, quattro per la terza e così via per tutte le 64 caselle del “campo di gioco”.

Il re accettò di buon grado la richiesta di Sissa, salvo accorgersi successivamente che non sarebbero bastate tutte le risorse di grano del mondo per soddisfarla.

La leggenda rappresenta la volontà degli uomini di dare una spiegazione all’origine del gioco ma la vicenda storica è senza dubbio più complessa.

Il chaturanga è un gioco simbolico ispirato alla guerra: la parola è composta da due termini: “chatur” (quattro) e “anga” (parti o elementi).

Probabilmente il nome fa riferimento ai quattro schieramenti in cui era diviso l’esercito indiano: carri da guerra, elefanti, cavalieri e fanteria.

Nel chaturanga i pezzi erano divisi in quattro schieramenti, ciascuno condotto da un giocatore, per un totale di quattro giocatori.

Non c’era quella che oggi è la Donna (o Regina) e ogni giocatore disponeva quindi del Re, di una Torre, un Cavallo, un Alfiere e di quattro Pedoni.

Per stabilire chi doveva muovere si ricorreva ai dadi: “con l’1 il giocatore poteva muovere il re o il pedone, con il 2 la torre, con il 3 il cavallo e con il 4 l’elefante. Il 5 equivaleva all’1 e il 6 al 4… I colori dei pezzi erano rosso, verde, giallo e nero. I giocatori schierati negli angoli opposti della scacchiera erano alleati” (Leoncini 26).

Nel gioco, questi pezzi si muovono sull’astapada, una quadrato di otto caselle per lato.

Ashtapada - scacchiere del chaturanga

Ashtapada – lo scacchiere del Chaturanga (fonte)

Cosa rende il chaturanga l’antenato degli scacchi?

  • il campo da gioco: una tavola con 64 caselle;
  • i pezzi in gioco sono 32, esattamente come negli scacchi;
  • i pezzi si muovono in modo differente tra loro, perché non tutti hanno lo stesso “potere”;
  • il gioco finisce quando uno dei giocatori non può più difendersi.

    Il chaturanga ebbe una grande diffusione, soprattutto grazie agli Arabi e ai Persiani. Si diffuse in Oriente dando origine a tutta una serie di giochi e di varianti. Ma è con la diffusione in Europa che ha inizio il processo di evoluzione dal chaturanga ai moderni scacchi.

Bibliografia

Leoncini, Mario. La grande storia degli scacchi. Bologna, LE DUE TORRI, 2020.

Murray, H.J.R.. A History of chess. Oxford University, Oxford, 1913.